Scienza&Tecnologia — 19 Dicembre 2018
Sulla Luna con uno smartphone

Quarantanove anni fa l’uomo metteva per la prima volta piede sulla Luna inviandoci le prime sfocate immagini di una “magnifica desolazione”. Quella impresa fu possibile grazie a 3 astronauti, Neil Armstrong, Edwin Buzz Aldrin e Michael Collins, supportati da uno straordinario team di ingegneri e fisici i quali misero a loro disposizione tutte le conoscenze e la massima tecnologia disponibile in quel momento. In pochi sanno che le imprese lunari non sarebbero state possibili senza l’uso dei computer. A bordo del Modulo di Comando (CSM) e del Modulo Lunare (LEM) erano installati gli AGC (Apollo Guidance Computer), sviluppati dal MIT, che avevano il compito di gestire tutte le operazioni di navigazione, guida e controllo nello spazio. L’IBM invece sviluppò i software necessari alla navigazione e alla comunicazione che gestivano le operazioni sulla Terra e realizzarono anche l’unità di guida alloggiata all’interno del Saturn, il potente razzo che portava in orbita gli astronauti. L’AGC era una “scatola” grande grosso modo quanto un odierno Hard Disk che riceveva dagli astronauti, grazie ad un interfaccia, comandi numerici (numeri da 0 a 9): inserendo delle coppie di semplici codici numerici, gli astronauti indicavano al dispositivo quale programma avviare o quale operazione compiere. L’AGC aveva una velocità di elaborazione di 2.048 Mhz, una RAM di 4 Kb e una memoria ROM di 32 Kb (oggigiorno è  oramai difficile trovare computer con un Hard Disk minore di 160GB!). “Il computer del nostro modulo lunare” – disse una volta Charles Duke, che guidò sulla Luna quello dell’Apollo 16 – “aveva una potenza di calcolo migliaia di volte inferiore allo smartphone che ho in tasca”. E se oggi capita spesso che il nostro pc si blocchi o necessiti di un riavvio, anche i computer di allora non erano esenti da problemi. Capitò diverse volte che l’AGC a bordo del LEM si sovraccaricasse di dati, soprattutto nelle fasi delicate della missione. E proprio durante il primo allunaggio, quello dell’Apollo 11, Armstrong e Aldrin ebbero i loro grattacapi con il computer di bordo, che fece scattare un allarme che segnalava un errore nell’elaborazione dei dati a causa del sovraccarico della memoria. Il computer non riusciva più a calcolare i parametri dell’atterraggio e i sistemi di guida automatica di bordo stavano portando il LEM a scendere su un cratere pieno di massi e crepacci. Quindi Armstrong li disattivò, e con una manovra ardita portò manualmente il LEM su un punto sicuro e pianeggiante. Oppure quando durante la discesa sul suolo lunare dell’Apollo 14 (che doveva rilanciare il programma spaziale dopo il flop dell’Apollo 13) sul computer continuava a lampeggiare la spia “Abort” (interrompere la missione) e che avrebbe portato nella peggiore delle ipotesi alla perdita dell’equipaggio. E chi meglio di Don Eyles, il 27enne informatico del MIT che aveva scritto il software del computer di bordo, poteva risolvere il problema? Prese carta e matita e due ore dopo passò alla sala di controllo la sequenza di 80 tasti che in meno di 70 secondi l’astronauta Shepard avrebbe dovuto digitare (con i suoi enormi guantoni) sul tastierino dell’AGC e che avrebbe permesso al suo nuovo software di battere il suo vecchio software e di pilotare navicella e modulo per l’allunaggio. 80 tasti in sequenza in pochi secondi per vivere o morire. E funzionò tutto alla perfezione. Di storie simili a questa ce ne sono tante, come quella di Margaret Hamilton il cui piccolo grande contributo è quello di aver inserito tra le migliaia di righe di codice del programma un piccolo pacchetto salvavita che permise agli astronauti dell’Apollo 11 di allunare in maniera corretta e sicura. In pratica aveva previsto la possibilità di incidenti e malfunzionamenti ed aveva detto al computer come comportarsi di conseguenza. Un successo per la NASA e un successo ed un riscatto personale in un periodo dove le donne erano sempre confinate ad attività secondarie e di poco conto.

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Autore dell'articolo

Giorgio Agostini
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