Racconti — 09 Ottobre 2020

2000 – Francesco edElide avevano invitato per il loro cinquantesimo di nozze tutti gli amici parrocchiani a casa loro. Quando si erano sposati erano molto giovani e troppo poveri per festeggiare. Quel giorno di giugno del 1950 avevano invitato genitori, nonni e testimoni al bar per un piccolo rinfresco. Non potevano permettersi un pranzo, nemmeno il vestito bianco della sposa che infatti indossava un tailleur blu, cucito da se’ stessa. Lui le aveva regalato delle rose bianche che dopo la cerimonia lasciarono sull’altare. Per sopravvivere erano emigrati perquarant’anni in Australia dove avevano lavorato duramente, lui in una farm dove accudiva gli animali e lei curavai giardini della cittadina dove vivevano, per nove ore al giorno. Avevano imparato un po’ d’inglese e si erano fatti amici i vicini di casa. Desideravano l’ Italia, il lavoro duro gli dette una buona pensione che permise loro il ritorno. Non avevano avuto figli e si stabilirono in casa della mamma di lui, nelle campagne di Latina, visto che i numerosi fratelli e sorelle erano tutti sparsi per l’Italia. Una bella casetta con giardino, ben tenuto da Elide.

Così quel giorno nel loro giardino avevano allestito un grande tavolo pieno di cose buone, sistemato fiaccole e fiori dappertutto, preparato bomboniere bianche e oro. Diversi camerieri giravano tra la cucina e il giardino offrendo bevande e pizzette, in attesa della cena vera e propria, la figlia di una vicina faceva un po’ di musica suonando in sordina un piano elettrico.

Il tardo pomeriggio di giugno era bellissimo. Pauluccio, insieme alla figlia Pierina e al genero non facevano parte di quella comunità, Pierina era stata amica di Elide in gioventù e si erano ritrovate al mercato qualche mese prima, così erano stati invitati. L’anziano padre, accompagnato, si sedette su una panchina al fresco, le ginocchia novantenni non gli permettevano grandi camminate ma aveva una mente lucida e attiva, un carattere scherzoso e allegro e osservava la festa con gioia anche se non conosceva nessuno. Improvvisamente si sentì chiamare: “Paoluccio, sei tu?”

La mamma dello sposo, Assuntina, si sedette vicino a lui:“Paolu’ ti ricordi di me? Abitavo ai Casali da giovane, ero amica di tua moglie Lidia, siamo state insieme dalle suore a Santa Maria, a imparare a ricamare, a fare dolci… poi mi sono sposata a Latina e non ci siamo più visti”.

Paolo si ricordava benissimo quel periodo, aveva corteggiato Lidia sedicenne, coetanea di Assunta, per un breve tempo. La seguiva da Santa Maria fino a Monte Pilorci e spesso con loro c’era Assunta. I due vetusti amici si strinsero le mani, felici di quel regalo inaspettato della vita, e in breve si raccontarono la loro esistenza. Era stata dura, la guerra, il lavoro e i sacrifici per farsi una casetta, per lasciare qualcosa ai figli, la vedovanza di entrambi. Lui viveva con la figlia, lei con il figlio. Ricordarono insieme i rispettivi coniugi, la giovinezza, i colori dei capelli e dei ricami delle due ragazze, le canzoni del passato.

Paolo, amante del buon umore, le proclamò tutte le poesie che ricordava a memoria: La Cavallina Storna, L’infinito, Pianto Antico, poi le disse le sue. Frasi semplici, parole innamorate dedicate alla moglie… Non le aveva scritte ma le custodiva in lui e gli piaceva declamarle. Sorridendo le raccontò che a casa, appena arrivava un amico, un parente, un conoscente lui diceva tutte le sue poesie, e tutti avevano la pazienza e la grazia di ascoltarlo. Erano belle, gli piaceva avere l’attenzione e stupire con le parole d’amore che venivano dai suoi anni bambini e dalla giovinezza. Aveva fatto solo la prima elementare ma ricordava ogni singola parola che il maestro rivolgeva alla pluriclasse. Avrebbe tanto voluto continuare la scuola ma ormai aveva imparato a leggere, scrivere, a contare. A sette anni aveva iniziato a lavorare come un uomo fatto. Però amava tanto le poesie, aveva amato solo Lidia e quando le diceva le dedicava sempre a lei.

Improvvisamente arrivarono “gli sposi”: “Mamma, è ora”. “Ma anche stasera? Lasciatemi parlare ancora con un po’ con Paolo”. “Non fare i capricci, non sei una bambina, è ora di andare a letto”. La povera donna ebbe il tempo di salutare Paolo con un sorriso triste e una stretta di mano e fu portata via.

Paolo protestò quando loro tornarono sorridenti ed eleganti in giardino: “Ma è ancora giorno, ancora ci si vede! Perché l’avete portata via? E’ malata, deve prendere le medicine? Stasera non è festa anche per lei?”

“No. Mia madre sta benissimo. Ma è vecchia, disturba e come tutti i vecchi deve stare al posto suo, a letto”.

Paoluccio passò una mala serata. Non volle mangiare niente. Per giorni fu triste, la figlia faticò parecchio per fargli ritrovare il sorriso e il buon umore.

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Lucia Fusco