Racconti — 08 Gennaio 2019
Vendetta di Natale

Maenza 1935 –Un bell’uomo, alto, biondo, gli occhi azzurri e malandrini. Eleuterio veniva da una famiglia benestante di lavoratori. Insieme col padre e il fratello minore si dedicavaalla raccolta delle olive, alla cura dei ciliegi, alla campagna. La moglie, Liliana,gli voleva bene, ma aveva compreso sin dai primi giorni del matrimonio che il suo sposo era innamorato non solo del lavoro ma anche del vino, delle partite a carte all’osteria, delle donne, paesane e forestiere.

Non era un marito cattivo ne’ violento, non faceva mancare nientea lei e al loro bambino di sette anni. Avevano una casetta al centro del paese, pulita e in ordinedovenonmancavano candele, pane, farina, olive, fagioli, lardo, verdure e frutta di stagione. L’ovetto e piccole gentilezze per il piccolo Giuseppe erano quotidiani dalla nonna, che amava il suo nipotino, una faccia e una razza col padre e col nonno. Liliana era giovane e bella, di buon carattere, brava massaia; subiva le corna dal marito piangendo di nascosto ma era rassegnata e non osava ribellarsi perché temeva di cambiare l’indole bonariadel suo uomo, paventava soprattutto le rinfacciasse la povertà dalla quale l’aveva liberata sposandola. Era figlia unica di poveri anziani che sopravvivevano in una capannuccia al limitare della sottostante palude. Facevano spigolature negli orti intorno, qualche tutero, un canestrello d’olive, verdure, un pane benedetto che portava loro il parroco del paese ogni tanto. Liliana li vedeva raramente, aiutandoli con cibi e capi di vestiario, ogni volta che le era possibile.

Una brutta sera a casa arrivarono quattro carabinieri col moschetto a cercare Eleuterio per arrestarlo. In una rissa aveva ucciso un uomo. Entrambi, corteggiando l’ostessa, una donnona baffuta e sfrontata, coi seni e i capelli sciolti,ubriachi,esaltati dalla passione e dal delirio alcolico, durante una lite furibonda, avevano tirato fuori i coltelli che portavano in tasca come molti usavano a quel tempo e s’erano sfidati tra bestemmie e colpi sulle braccia e le mani; entrambi sanguinavano quando Eleuterio, in un moto di gelosia e follia, aveva piantato la lama nel cuore del rivale. L’uomo era morto sul colpo, riverso sul tavolo, sulle carte, sprizzando sangue e vino rosso come una fontana. Eleuterio non tornò a casa, corse fino a Velletri.

Qui da un suo compare, Eleuterio pure lui, si fece prestare i documenti e del denaro promettendo che i suoi genitori lo avrebbero ricompensato, poi raggiunse Napoli. Pochi giorni dopo salpava per New York.

Durante il viaggio non dormì mai. Mesi di pensieri neri. Il dolore era grande. Sapeva che la punizione per l’omicidio sarebbe stata terribile e, se voleva continuare la sua vita libera, doveva per forza rinunciare al suo benessere familiare, a Giuseppe. Molte famigliedi italiani condividevano il viaggioinsieme ai loro bambini e agli anziani. Lui li invidiava ma non poteva permettersi di portare con lui Liliana e Giuseppe. Lo avrebbero trovato facilmente. Il pentimento non faceva parte di quell’anima ma il dispiacere era forte e gli impediva di trovare diverse alternative. Fu il primo ad avvistare la Statua della Libertà, “la libertà che illumina il mondo”, come dicevano i marinai della nave, era il buon auspicio che gli dette la forza di affrontare lo sbarco, i controlli, la nuova vita.

Trovò subito lavoro: era forte e lo misero a faticare alle traversine dei treni. Otto ore di lavoro duro ma ben pagato. A mezzogiorno gli portavano “un loncio” ben imbottito. Purtroppo Eleuterio continuava a bere. Non più per vizio ma per disperazione. Tutte le sere tornava alla branda con una toppa che gli toglieva la vita e l’intelligenza. Si addormentava di un sonno brutale. Le prostitute della strada lo conoscevano e lui le conosceva tutte. Una sera però, quasi ad un anno dal suo arrivo nella metropoli americana, proprio mentre cominciava a essere stanco di quella vita e pensava a come uscirne, mentre parlava con una giovane esile con le labbra truccate, venne accoltellato e ucciso da Dino, un prossedano, pretendente della ragazza, gonfio di gelosia e violenza.

Invano, per più di dieci anni, Liliana lo aspettò. Il silenzio di Eleuterio la uccideva piano piano, incurvandola sotto il peso infame di una vita che non aveva meritato. Poi un giorno seppe da un amico di Prossedi quanto era accaduto al suo sposo tanto tempo prima. L’assassino era riuscito a farla franca e da qualche tempo era tornato al paese dove aveva aperto un’osteria. Gli affari gli andavano bene. Lo chiamavano Dino l’Americano. Ma era schivo, guardingo, non si fidava di nessuno, temeva che i familiari di Eleuterio si sarebbero vendicati.

Qualche giorno prima di Natale il figlio maggiore del fratello di Eleuterio convinse Giuseppe, ormai giovane uomo, ad andare alla mescita di Dino. Avrebbero mangiato, bevuto, riso insieme al prossedano, facendolo parlare dell’America e infine lo avrebbero ammazzato.

Arrivati alla bettola trovarono Dino già alticcio. Mangiarono pane fresco, formaggio, olive, sale e bevvero con lui, alla salute di questo e di quello. Poi Dino, sollecitato, cominciò a parlare di New York, delle femmine, delle luci della città immensa e diversa. Ma mentre parlava i fumi dell’alcol lo abbandonavano. Aveva compreso che i due uomini venivano da Maenza e il più giovane somigliava all’uomo che aveva ucciso anni prima, a causa della lussuria e della gelosia. Si alzò di scatto con una scusa, uscì dall’osteria e cominciò a fuggire lontano. Intanto il cugino spronava Giuseppe a rincorrerlo, ad ucciderlo col coltello che portava in tasca, che aspettava solo di farsi strumento della sua vendetta. Ma il giovane dagli occhi azzurri afferrò il coltello, lo piantò con forza sul tavolo e disse ad alta voce: <<No. Non sono un assassino, non lo ucciderò, ne’ oggi ne’ mai. Un’altra morte, la vendetta non mi ridarà mio padre. Andiamo via.>>

Il maenzano si alzò, tirò fuori i soldi dalla tasca, li contò, li buttò accanto al coltello, poi si mise il tabarro, il cappello e uscì fuori nel vento, finalmente libero.

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Lucia Fusco