Speciali — 21 Maggio 2015
Villa Le Grotte

frontale fig. 3

La villa: introduzione e descrizione

I resti imponenti di una struttura antica catturano lo sguardo di chi distrattamente percorre la 156 dei monti Lepini, o viaggia in treno tra le Stazioni di Sezze e Priverno. Non si può non notare questa meravigliosa struttura formata da 12 arcate alte poco meno di 5 metri che si trova a pochissimi chilometri dal centro di Sezze Scalo. Si tratta di quella che viene chiamata villa “Le Grotte”, nome che le è stato attribuito proprio per queste enormi aperture ad arco che, addossate alla parete del Monte Trevi, apparivano all’occhio disattento dei viaggiatori del passato come delle grotte naturali. Si tratta in realtà della sostruzione, cioè la struttura di sostegno che fungeva da piattaforma per la villa vera e propria, tutta la struttura è realizzata in opera incerta di pietra locale.

I 12 grandi vani rettangolari del piano inferiore hanno certamente subito delle modifiche. Originariamente dovevano essere tutti collegati tra loro tramite un’apertura ad arco al centro del lato lungo, oggi, solo gli ultimi sei verso Sud risultano collegati tutti tra loro. I primi sei verso nord sono collegati solo a due a due e presentano delle fodere in laterizio. Inoltre due delle grandi aperture sono chiuse sulla fronte da cortine di opera mista. Queste molte tecniche, all’occhio esperto degli archeologi, hanno raccontato una storia lunga e molto complessa, fatta di molti secoli di vita.

Il piano superiore, che doveva essere una villa di straordinaria bellezza, è oggi molto difficile da raggiungere e le condizioni assai precarie delle strutture portanti rendono la visita degli interni molto pericolosa.

Due lunghi criptoportici, corridoi coperti da una volta, si estendono l’uno parallelamente all’altro da Nord a Sud con piccole finestre affacciate verso la pianura pontina. Il corridoio più interno si apre verso quattro stanze di notevoli dimensioni di cui l’ultima è un piccolo gioiello dell’antichità. Un ninfeo, la cui bellezza è oggi difficile da cogliere a causa delle macerie che invadono tutto lo spazio interno, di pianta quadrata con nicchie alle pareti doveva essere il fiore all’occhiello di questa signorile villa romana databile tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.

Questa splendida villa deve essere in seguito stata abbandonata, mentre la sua sostruzione con i grandi vani paralleli è stata utilizzata ancora per lunghissimo tempo, probabilmente come cisterne per la conservazione dell’acqua come ci testimonia il rivestimento interno in cocciopesto.

Ecco la meravigliosa e complessa storia che questa suggestiva struttura racconta a coloro che hanno voluto ascoltare i messaggi nascosti tra le pietre millenarie di questa grande villa.

Scheda: le tecniche costruttive- breve spiegazione

Per poter apprezzare a fondo la testimonianza che questa villa ci ha lasciato è necessario saper capire la sua lingua fatta di pietre, tecniche costruttive, e rivestimenti.

Opera incerta è il termine con cui si definisce quella tecnica costruttiva romana caratterizzata da pietre di forma irregolare posizionate in modo disordinato e tenute insieme da uno strato di malta più o meno spesso.

L’opera mista, che caratterizza le chiusure sulla fronte di due delle grandi arcate della fronte è caratterizzata dall’unione di due diverse tecniche costruttive: l’opera reticolata, composta da conci squadrati posizionati secondo un preciso schema, che appare appunto come un reticolo, e ricorsi di laterizi. I mattoni disposti orizzontalmente separano zone realizzate in opera reticolata. Questa tecnica costruttiva ha una datazione più recente.

Il cocciopesto è un particolare rivestimento delle pareti e dei pavimenti specifico per gli ambienti che dovevano contenere acqua. La particolare composizione di questo rivestimento lo rende perfettamente impermeabile.

La topografia della zona

Il luogo scelto per la realizzazione di questa grande villa signorile non è casuale. La grande costruzione sorgeva in prossimità dell’antica via Pedemontana, un’antica strada probabilmente di origine Volsca, usciva da Roma tra l’Aventino e il Celio e passava per Civita Artena, Cori, Sezze; la strada fu probabilmente usata dai Romani per evitare Velletri, durante il periodo di dominazione volsca (500-338 a.C.) allo scopo di raggiungere Terracina. La presenza di questa villa e di altri resti archeologici mostrano che in questo tratto la 156 dei Monti Lepini ricalca il tracciato dell’antica via.

Analizzando le strutture di questa splendida villa si percepisce come l’acqua dovesse essere un elemento molto presente. E la zona limitrofa presenta moltissime fonti da cui la villa poteva attingere. Non ci sono resti di tubazioni antiche, ma la vicinanza della sorgente delle Sardellane, e le testimonianze dell’esistenza di una sorgente (quella che doveva alimentare il piccolo lago Bicenza) a poche centinaia di metri di distanza dalla villa ci fanno pensare che da qui dovesse provenire l’acqua per alimentare lo splendido ninfeo del primo piano. Questa grande abbondanza di acqua giustifica l’uso che la sostruzione ha avuto in un secondo momento, quando la grande villa del primo piano era oramai abbandonata.

Storia recente: il comune e i restauri

Questa splendida e imponente villa romana, che si trovava sul terreno di un privato, è passata sotto la tutela del comune di Sezze dal 1982. Da allora la Soprintendenza dei beni archeologici del Lazio ha iniziato a occuparsi della conservazione di questi straordinari resti. Una perizia nel 1985 e un importante restauro nel 1990 hanno consentito alla villa di sopravvivere fino ad oggi, purtroppo il restauro ha interessato unicamente le arcate della sostruzione. Questo importante intervento di consolidamento ci permette oggi di accedere in sicurezza a tutti gli ambienti della sostruzione. Lo stesso non si può dire del primo piano della villa, le stanze vere e proprie abitate in passato dal proprietario di questa strutture sono ad oggi in uno stato di assoluto degrado. Nessun intervento di consolidamento o restauro è stato fatto per salvare la meraviglia che questi suggestivi ambienti ancora trasmettono. La vegetazione incolta sta lentamente prendendo il sopravvento, le macerie accumulate nei criptoportici e nelle stanze, ninfeo compreso, non consentono di godere appieno di questi resti. Pochi coraggiosi possono ambire ad avventurarsi in queste condizioni all’interno del pericolante piano della villa. È senza dubbio un peccato che un tale gioiello sia ad oggi visibile solo a pochi addetti ai lavori.

Scheda: le attribuzioni possibili

La villa Le Grotte è stata molto spesso identificata come una delle ville di Mecenate, questa particolare attribuzione risulta essere stata riportata da più autori. In molti riferendosi a studi precedenti hanno creduto a questa teoria che però non è mai stata confermata da reali indizi.

Più realistica sarebbe un’altra attribuzione di questa villa signorile; un’iscrizione, sembrerebbe aver identificato il proprietario in Aquila, uno dei liberti di Mecenate. La notizia della presenza di un’iscrizione con il nome AQVIL che però era scomparsa già all’inizio del novecento sembrerebbe confermarlo, ma non abbiamo conferme che possano rendere questa attribuzione certa.

Certamente la villa datata tra la fine della repubblica e l’inizio dell’impero fu abitata a lungo e dopo l’abbandono delle stanze che presentano ancora la loro struttura originale, il suo utilizzo è proseguito molto probabilmente per secoli. Due successivi interventi nella parte sostruttiva hanno modificato l’accessibilità e certamente anche l’uso che ne veniva fatto. Una suggestiva teoria, poco probabile vuole l’utilizzo di questa struttura come stazione di posta per il cambio dei cavalli lungo il percorso della pedemontana. Questa teoria, tramandata e molto popolare nella zona, non è però avvalorata da alcun ritrovamento.

L’ipotesi certamente più probabile è che le due successive modifiche che la villa ha subito, servissero a permettere l’ utilizzo come conserva d’acqua. Ciò ha reso necessari interventi di chiusura delle arcate e di impermeabilizzazione delle pareti e del pavimento con il particolare rivestimento in cocciopesto. In un primo momento a subire le modifiche sono stati gli ambienti a Sud-Est, mentre in una fase successiva sono stati modificati, con interventi più imponenti, le prime sei pareti verso Nord-Ovest.

La Topografia della Zona

Il luogo scelto per la realizzazione di questa grande villa signorile non è casuale. La grande costruzione sorgeva in prossimità dell’antica via Pedemontana, un’antica strada probabilmente di origine Volsca che usciva da Roma tra l’Aventino e il Celio e passava per Civita Artena, Cori e Sezze. La strada fu probabilmente usata dai Romani per evitare Velletri, durante il periodo di dominazione volsca (500-338 a.C.), allo scopo di raggiungere Terracina. La pre- senza di questa villa e di altri resti archeologici mostrano che in questo tratto la 156 dei Monti Lepini ricalca il trac- ciato dell’antica via.

Analizzando le strutture di questa splendida villa si percepisce come l’acqua dovesse essere un elemento molto presente. E la zona limitrofa presenta moltissime fonti da cui la villa poteva attingere. Non ci sono resti di tubazioni antiche, ma la vicinanza della sorgente delle Sardellane, e le testimonianze dell’esistenza di una sorgente (quella che doveva alimentare il piccolo lago Bicenza) a poche centinaia di metri di distanza dalla villa ci fanno pensare che da qui dovesse provenire l’acqua per alimentare lo splendido ninfeo del primo piano. Questa grande abbondanza di acqua giustifica l’uso che la sostruzione ha avuto in un secondo momento, quando la grande villa del primo piano era oramai abbandonata.

Storia recente: il Comune e i restauri

Questa splendida e imponente villa romana, che si trovava sul terreno di un privato, è passata sotto la tutela del comune di Sezze dal 1982. Da allora la Soprintendenza dei beni archeologici del Lazio ha iniziato a occuparsi della conservazione di questi straordinari resti. Una perizia nel 1985 e un importante restauro nel 1990 hanno consentito alla villa di sopravvivere fino ad oggi, purtroppo il restauro ha interessato unicamente le arcate della sostruzione. Questo importante intervento di consolidamento ci permette oggi di accedere in sicurezza a tutti gli ambienti della sostruzione. Lo stesso non si può dire del primo piano della villa, le stanze vere e proprie abitate in passato dal proprietario di questa strutture sono ad oggi in uno stato di assoluto degrado. Nessun intervento di consolidamento o restauro è stato fatto per salvare la meraviglia che questi suggestivi ambienti ancora trasmettono. La vegetazione in- colta sta lentamente prendendo il sopravvento, le macerie accumulate nei criptoportici e nelle stanze, ninfeo com- preso, non consentono di godere appieno di questi resti. Pochi coraggiosi possono ambire ad avventurarsi in queste condizioni all’interno del pericolante piano della villa. È senza dubbio un peccato che un tale gioiello sia ad oggi visibile solo a pochi addetti ai lavori.

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Autore dell'articolo

Beatrice Agostini
Beatrice Agostini