Racconti — 02 Aprile 2019

1980 – A Ferro di Cavallo l’autista sull’autobus fermoattendeva arrivasse l’orario per ripartire osservando Adele chesi asciugava le lacrime con i lunghi capelli castani. Di pochi anni maggiore di lei ne ammirava la giovane bellezza. Stava piangendo a causa“digliobabbao di Latina”; lei ne era innamorata da anni e non aveva mai “scernuto”nessun altro, nonostante fosse ammirata dai paesani. Peppe lo incontrava sempre attaccato ad Adele. Avrebbe voluto parlarle, “inzultarla”, perché gli piaceva molto, ma il pensiero “diglibabbao”, Claudio, lo frenava sempre. Antipatico e arrogante,“Paccrilla! Pare no pinto, sta’ sempre ìmpettito. Pare ca ce l’ha solo isso!”Era quasi contento delle lacrime di Adele. Non capiva le parole ma era chiaro che “i babbao”si stava liberando di lei.”Forse ce n’ha n’atra!” esultò.

“Vincitrice di concorso: ho studiato, mi sono impegnata. Domani devo andare a scegliere la sede, sarà vicino casa; perché mi stai facendo questi problemi? Ero certa che saresti stato felice per me!”

Sbuffò, gli occhi al cielo: “Ade’, dovrei essere felice perché vuoi fare la maestra d’asilo? Tornerai il pomeriggio stanca, sfinita, dopo aver strillato, pulito sederi e nasi tutto il giorno per quattro soldi. Vorresti diventare la moglie di un avvocato? Ho bisogno di una moglie fine, sorridente, fresca da portare con me come una rosa, non di una stanca, in disordine. No, non sono contento.”

“Ma non sarà così, è un lavoro bellissimo per il quale ho studiato tanto, ho ottenuto ottimi voti. Mi piacciono i bambini…”

“Adele, un giorno ne avremo di nostri. Intanto sei fuori corso, a furia di studiare stupidaggini invece che impegnarti per gli studi universitari, di fare lavoretti pagati due soldi. I tuoi genitori e i tuoi fratelli si stanno approfittando di te. Lascia perdere questo benedetto posto fisso. Sbrigati a laurearti in un anno e poi farai il concorso per diventare professoressa, come mia madre, come le mie sorelle! Io mi vergogno, Ade’, io non la voglio una poraccia. Vabbè, ti dico quello che mi sta sullo stomaco da un po’: la figlia dell’avvocato dove lavoro mi vuole. Mi fa la corte. E’ laureata da poco e lavora allo studio, il padre e la madre stravedono per lei e sono stato invitato diverse volte a casa loro. Il padre mi ha fatto capire che mi lascerà la conduzione dello studio legale se me la sposo”

Adele smise di piangere. Fissò il nuovo estraneo a fianco al quale aveva messo in mano la sua vita dagli anni del liceo. Lui era benestante. A casa sua l’avevano accolta con un sorriso mezzo, perché si aspettavano un altro tipo per Claudio. Una ricca, elegante, col portafoglio pieno nella borsetta all’ultima moda. Adele invece era figlia dicontadini. I genitori scendevano con l’Apetta a Portatura. Pure i fratelli in campagna. A casa di Claudio, Adele cercava di rendersi utile, di aiutare ad apparecchiare, di essere gentilema riceveva sorrisini: “C’è la colf per fare questi lavori, rimani seduta, cara.”

“Machella Barbara è brutta accome ‘na colica. I’ non la mittaria manco pe’ canceglio agli orto!” scappò ad Adele. Claudio la fulminò:“Non è vero, mica sei un maschio. Non lo puoi capire se può funzionare o no. Io dico che per me va bene. Certo tu sei bella, hai un volto angelico, un corpo armonioso e quando cammini fai girare pure i preti. Lei è un’altra cosa. Ma tu farai la maestra d’asilo…” “Claudio, come farai a essere felice? Tu non la ami. Te la sposi per interesse.”

“Non sarai felice manco tu. Quando te ne accorgerai io non ci sarò più per te.”Le baciò le guance, poi salì sul pullman. Adele si asciugò le lacrime poi si allontanò a piedi verso i Cappuccini per tornare a casa.sulla strada che va a Roccagorga.

Adele non si laureò mai. Lo spezzato fidanzamento la fiaccò e l’entusiasmo per il lavoro di maestra d’asilo la prese, le piacque lavorare e per anni dimenticò gli studi. Anni dopoprovò a rimettere mano ai libri, le mancavano solo tre esami per laurearsi in matematica ma l’entusiasmo era diventato fatica, proprio come aveva detto Claudio. Rinunciò al sogno della laurea. Si prese cura dei genitori. Aveva avuto un paio di storie, una con Peppe, l’altra con un direttore, ma entrambe le relazioni erano viziate dal dolore del suo primo amore e mise fine anche al sogno del matrimonio e di una famiglia sua. I bambini che curava non crescevano, visto che di anno in anno se ne andavano e ne arrivavano nuovi. Un giorno scoprì di avere i capelli bianchi. Pensava a lui con rabbia.

Claudio la pensava con rimpianto maBarbara gli aveva portato molti beni. Capo nello studio legale del suocero, tre figli maschi, un attico al centro. Una bellissima villa al mare, un’altra in montagna, una terza ai Parioli. Viaggi esotici.Si concedeva diverse distrazioni sessuali, con colleghe e clienti. Alla continua ricerca di quella ragazzinaabbandonata nel suo passato, per un attimo la trovava in ogni donna che gli attraversava il letto fedifrago, ma sarebbe morto piuttosto che tornare sui suoi passi. Barbara, gelosa e guardinga, sentiva il suo disamore e lo controllava; poi, delusa e vinta, prese a bere. Smise di lavorare con lui e quando tornava a casa la sera la trovava che dormiva sul divano. Claudio dormiva da solo.

Come due alberi lontani con le radici intrecciate così pensieri li conducevano verso il passato, gl’innocenti baci, i sentimenti traditi, la felicità sfiorata, una vita diversa insieme verso un lieto fine e invece. La gioventù è un tempo pericoloso, simile a un trampolino per un tuffatore: porta alla vittoria nel mare della vita se c’è lo slancio giusto, o a una caduta dolorosa se si sbaglia il salto.

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Lucia Fusco