Cultura Norma slider — 02 Marzo 2020
Vivere il Carnevale ricordando com’era

Il mese di febbraio è tradizionalmente legato alla festa del Carnevale. Come si celebrava questa ricorrenza fino a qualche tempo fa nei nostri paesi? Secondo quanto raccontano i nonni di Norma, non c’erano musiche, coriandoli, sfilate di maschere e carri allegorici a sancire l’arrivo del Carnevale, ma il suono di campanelli che accompagnavano semplici stornelli intonati dai ragazzini e dedicati a Sant’Antonio Abate. Come spesso accadeva, le occasioni di festa erano legate alle ricorrenze religiose, così anche il Carnevale, che nel calendario liturgico cristiano rappresenta il periodo precedente la Quaresima, iniziava a Norma il 17 gennaio, alla fine della processione celebrata in onore di Sant’Antonio Abate. Sant’Antonio colla barba bianca, fa la neve alla montagna. Sant’Antonio co ju porcellotto dacci a noi ju zazzicchiotto cantavano i ragazzini durante le “matinate” bussando alle porte del paese per cercare di ottenere ciò che chiedevano al santo, approfittando del momento favorevole e prima del “carnem levare”, (togliere la carne) o “carne vale” (carne addio) e delle penitenze e astinenze della Quaresima. In un’epoca povera e semplice, il Carnevale era certamente occasione per divertirsi e per mangiare qualcosa in più. Nei ricordi dei nonni non c’è tanto la musica e la confusione delle feste mascherate in piazza, ma i profumi che avvolgevano vicoli e case dove le donne preparavano i tipici struffoli, dolci preparati ancora oggi con qualche variante. Un’antica ricetta tramandata dalle nonne è custodita ancora dall’Antico Forno Mancini di Norma: farina, zucchero, latte, uova, buccia di limone grattugiata, lievito, olio e rum. Con l’impasto ben lavorato si formano dei bastoncini poi tagliati a pezzetti che si trasformano in palline nell’olio bollente. Gli struffoli vengono poi conditi con miele oppure, soprattutto all’epoca povera dei nostri nonni, con zucchero. Tra le ricette ricordate ce n’è una particolare oggi in disuso, preparata da nonna Giacomina, nata alla fine dell’Ottocento. Una sorta di supplì dolci, fatti con il riso messo in ammollo e a cuocere nel latte, conditi con uva passa, lo zibibbo, e aromatizzati con la cannella.

Come oggi, anche i nostri nonni avevano l’abitudine di mascherarsi, ma usando vecchi abiti trovati rovistando nei bauli di casa. In particolare gli uomini si travestivano indossando pullacca (antica camicetta) e cuscia (gonne lunghe) girando per le case per fare scherzi, cantare e rimediare prelibatezze spacciandosi per donne. A volte venivano scoperti, traditi dalla loro camminata, infastidita dalle calze strette e scomode, in altre occasioni potevano invece essere presto smascherati dalle padrone di casa che tendevano loro un inganno. A Carnevale si sa, ogni scherzo vale così, raccontano i nonni, le donne mettevano in atto uno stratagemma per capire se quelle che accoglievano in casa erano davvero donne, porgendo loro una pagnotta di pane da tagliare: se l’ospite la tagliava poggiandola sul proprio petto, come usavano fare le donne, la prova era “superata”, altrimenti, appena l’ospite poggiava il pane sul tavolo per tagliarlo, la sua vera identità era inevitabilmente svelata. Tra gli scherzi, i dolci e i giochi, si trovava spazio anche per la devozione. Infatti, proprio nel periodo del Carnevale si celebravano le Quarantore di adorazione del Santissimo, tra il venerdì e la domenica prima del martedì grasso, le confraternite e la comunità vegliava giorno e notte davanti all’altare adornato con drappi e candelieri  sempre accesi. Gli “svegliarini” avevano il compito di svegliare le persone che erano di turno per la veglia. Piccoli dettagli di un mondo semplice che rischiamo di perdere e dimenticare tra i rumori distratti e convulsi dei nostri giorni.

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Autore dell'articolo

Beatrice Cappelletti
Beatrice Cappelletti